La storia di Kohlhaas di Marco Baliani
A furor di popolo. Il corpo narrante di Marco Baliani raggruma lo spazio vuoto e nero della scena sull’unica pozza di luce del Piccolo Teatro di Gianni Salvo.
A furor di popolo. Il corpo narrante di Marco Baliani raggruma lo spazio vuoto e nero della scena sull’unica pozza di luce del Piccolo Teatro di Gianni Salvo.
Non il dolore ma la pietas. Non la cronaca ma il lutto: interiore, ancestrale, spietato. Non si piange, si riflette. Ci si riflette, anzi. E cosa restituisce lo specchio se non maschere e finzioni? Cosa, se non menzogna?
La gigantesca maschera funeraria in cartapesta di Agamennone con tanto di graffiti metropolitani che campeggia nel foyer del “Teatro Massimo” sta lì a ricordare quanto possa essere attuale il mito e nello stesso tempo antiche le radici di una istituzione culturale…
Quella che emana da “La Contessina Mizzi”, la splendida commedia di Arthur Schnitzler diretta da Walter Pagliaro, in scena per il cartellone dello Stabile etneo, è l’atmosfera di precarietà di un mondo prossimo alla fine.
Nel nome della contaminazione tra Sicilia e Giappone. Ha aperto col duo Joraku & Lioneiko ovvero il sassofonista e compositore Gianni Gebbia e la cantante e polistrumentista nipponica Eiko Ishibashi, Catania Jazz al Brancati, la rassegna parallela di Catania Jazz pensata da Pompeo Benincasa, infaticabile direttore artistico.
La musica è una sottile ed attillata linea rossa e un caschetto di neri capelli. Sono quelli di Corinne Drewery, ex modella e fascinosa leader degli “Swing out Sister” che si sono esibiti per la stagione 2009-2010 di Catania Jazz sul palco di un Metropolitan gremito in ogni ordine di posti.
Chi non conoscesse il percorso drammaturgico di Salvo Gennuso, concentratosi nella direzione di “Statale 114”, troverebbe “L’isola. Materiali per un sogno” – lo spettacolo che condensa il “Medea Material” di Müller e “Sogno sonno grido” dello stesso Gennuso – troppo radicale, troppo eversivo, troppo provocatorio.
È la scena stessa a veleggiare oltre ricordo e verso l’ignoto. Lunghi drappi bianchi su questa nave-teatro per accompagnare la macabra ciurma de ”La ballata del vecchio marinaio”, il capolavoro di Samuel Coleridge.
È una veglia funebre. È una presa in giro tutta in nero. È una metafora. Un tragedia con ruoli da burla. È la vita. La nostra, di tutti. E la interpreta addirittura un re.
Inizia con la morte, perché davanti alla morte certe cose devono essere dette. E Nardino – cui tocca il compito penoso di salutare per l’ultima volta Emanuele – il compagno di trent’anni di vita segnata da un amore inestinguibile – placa il debito con la sua memoria e con la sua rabbia d’abbandonato, rievocandolo attraverso un folgorante e doloroso flash back.
L’impressione sulla capillare celebrazione ante litteram di “Sicilian tragedi”, il romanzo di Ottavio Cappellani, trasposto sulle scene per il cartellone dello Stabile di Catania, è quella di una tipica elezione sudamericana, quella – per intenderci – in cui si davano (trionfali) risultati prima dello spoglio.
Una tragicomica opera in nero. Anzi, in verde. No, Caleidoscopica. Con “Malediction” – nello spazio performativo del Centro Zo nel palinsesto di “Gesti Contemporanei” la rassegna dello Stabile di Catania – la Duda Paiva Company of Amsterdam ha proposto una straordinaria contaminazione di generi e di moduli espressivi.
Se non è stato il concerto dell’anno c’è mancato poco. Sul palco dell’Ambasciatori, Catania Jazz, la rassegna diretta da Pompeo Benincasa ha accolto, al suo secondo appuntamento, Marcus the superman of soul Miller.
Un “classico” – ricordava Calvino – è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. Figuriamoci per un testo come il Pinocchio da cui il Teatro del Carretto ha distillato, per mano di Maria Grazia Cipriani, una riduzione davvero originale per la “prima” di Gesti, la sezione dello Stabile etneo diretta da Guglielmo Ferro, dedicata alla drammaturgia contemporanea.
L’emiciclo della scena è una sorta di Ade, “macerie di latomia”, una penombra di gesti e di sguardi attoniti, paesaggio orfeico per la tragicommedia che è la vita, ma anche sfondo su cui si dipana la circolarità della storia distillata da “Diceria dell’untore”.