Sarà domani il giorno decisivo per il tanto atteso taglio delle Province. Anche la Sicilia dovrebbe sacrificarne tre in nome della Spending review che arriva mesi dopo l’intenzione ‘cesoria’ del governatore dell’Isola, Raffaele Lombardo, di fatto, ‘stoppata’ dall’Ars. Modificare l’assetto delle nove Province “regionali” dell’Isola non sarà, però, affatto semplice. Lo Statuto siciliano, come ricordava il mensile “Il Sud”, sancisce infatti che le circoscrizioni provinciali e gli organi e gli enti pubblici che ne derivano sono soppressi nell’ambito della Regione siciliana. L’ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui comuni e sui liberi consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria”. Fra il 1986 ed il 1989, due leggi regionali sancirono, sulla scorta del dettato statutario, l’eliminazione delle province e la contestuale trasformazione delle stesse in “liberi consorzi di comuni, di seguito denominati province regionali”. Cosa, quindi, il governo voglia sopprimere in Sicilia, dove le Province come nel resto d’Italia non esistono da un pezzo, non è chiaro per nulla.

Intanto il presidente del Consiglio Mario Monti incontrerà il commissario straordinario per la Spending review Enrico Bondi e i sindacati per definire i dettagli del taglio. Le nove Province siciliane, Statuto regionale permettendo, potrebbero presto ridursi a sei. Il piano di accorpamento prevede che soltanto Palermo, Catania e Messina dovrebbero continuare a esistere così come sono, mentre si fonderebbero Siracusa con Ragusa, Agrigento con Trapani ed Enna con Caltanissetta.

Giuseppe Castiglione, presidente dell’Upi (Unione delle province italiane) e della Provincia di Catania, ha dichiarato al quotidiano ‘La Sicilia’, di non essere contrario all’accorpamento “però si taglino 3127 enti intermedi di comuni, Province e Regioni che sono doppioni e costano molto perché hanno consigli di amministrazione pletorici”.  Venerdì scorso Castiglione insieme ad altri cinque presidenti di Provincia hanno ricordato a Monti, attraverso un appello-proposta  pubblicato a pagamento sul Corriere della Sera e sul Sole 24 Ore.

I sei presidenti, in rappresentanza dell’Upi, proponevano “un’autoriforma che garantirà allo Stato 5 miliardi, attraverso la riduzione del numero delle Province, l’istituzione delle città metropolitane e la riorganizzazione degli uffici territoriali dello Stato”.