L’avvocato Giuseppe Lipera, iscritto all’albo dell’ordine degli avvocati dal 1983, che conobbe Leonardo Sciascia e si pregiò dell’amicizia di Enzo Tortora, ha seguito e segue tanti ‘casi’ importanti balzati agli onori della cronaca mediatica come quelli dell’ex funzionario del Sisde, Bruno Contrada o dell’Ispettore di polizia Filippo Raciti, difendendo il giovane Antonino Speziale. Blogsicilia lo ha invitato a colazione e con grande cordialità il noto penalista ha accettato. E’ stata l’occasione per ascoltare il suo chiaro pensiero, senza sconti per nessuno, sul malcapitato universo della giustizia italiana e non solo…

Sinteticamente. Che momento vive la giustizia italiana?

“Mi sembra una domanda retorica. Lei lo sa benissimo così come lo sanno altrettanto bene la stragrande maggioranza degli italiani. La Giustizia italiana è molto, molto malata. Purtroppo tanti  lo intuiscono e solo pochi lo capiscono, ma, quel che è più doloroso, nessuno, dicasi nessuno, interviene per curarla definitivamente”.

Nello specifico, quali le prime tre emergenze che secondo lei andrebbero affrontate nell’universo giustizia?

“Perché tre? C’è una sola emergenza secondo me: dobbiamo cambiare sistema di reclutamento dei magistrati. C’è uno studio, che risale ai primi anni del 1980, commissionato dal CSM dell’epoca (vice presidente era De Carolis) rimasto totalmente inascoltato, compiuto dall’Università di Giurisprudenza di Genova sul sistema di reclutamento comparato dei magistrati in Europa. Perché qualcuno non lo va a riprendere? In Italia, secondo quello studio, vige il sistema peggiore e sapete perché? Perché il Magistrato, il Giudice deve possedere innanzitutto equilibrio e buon senso, quindi non basta la sapienza giuridica. Albert Camus, premio Nobel per la letteratura, un giorno scrisse: ‘non riuscivo a capire come un uomo si proponesse da sé per esercitare questo compito strabiliante’. Vi basta questo per riflettere? Io ho come riferimento l’Inghilterra dove per entrare in Magistratura occorre avere minimo quarant’anni e aver maturato un’esperienza forense di almeno 15 anni. L’età nell’uomo è un fattore importante. Io dico sempre: si nasce incendiari e si muore pompieri.

Politica e giustizia. Quanto pesa, se pesa, la potenziale ‘invasione di campo’ reciproca?

“C’è molta confusione, questo è evidente, anche perché viviamo un momento di grande crisi che coinvolge non solo l’economia o la finanza ma tutto il sociale e quindi anche la politica, e mi riferisco segnatamente al personale politico e ai suoi rapporti con gli altri poteri. E’ l’intera ‘macchina’ che oggi è sfasciata, per cui, se non si vuole restare a piedi, bisogna urgentemente portarla in officina per fare una bella revisione. Certo fa specie pensare che nel ’94 un avviso di garanzia della Procura della Repubblica di Milano fece cadere il primo governo Berlusconi, mentre bastò un intervento nel 2008 della piccola Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere per far cadere il governo Prodi. Meditate gente, meditate…”.

Fassino, Castelli, Scotti, Mastella, Alfano, Nitto Palma, ora la Severino. Quale ministro secondo Lei ha fatto di piu’ per la giustizia italiana nell’ultimo decennio?

“Severino è Ministro solo da un paio di giorni e Nitto Palma lo è stato per pochissimo, quindi esprimere un giudizio su di loro non mi sembra giusto. Sugli altri, invece, il giudizio è assolutamente negativo. Non tanto per non avere agito con determinazione, forse un Ministro da solo può far ben poco, quanto per non avere studiato a fondo il problema giustizia e aver quindi sollecitato il parlamento ad intervenire con proposte risolutive. Un esempio palese? Si parla sempre di strutture carcerarie inefficienti e di tanti processi pendenti. Questo avviene quasi tutti i giorni. Peccato resti solo un argomento da chiacchiera”.

Scendendo in Sicilia, che valore ha la recente visita a Catania del ministro ‘tecnico’ Severino?

“Nessuno”.

Quanto e’ importante e come giudica il ruolo della comunicazione nel ‘suo’ mondo professionale?

“Dovrebbe, ed ha, un ruolo importantissimo, perché oggi più che mai viviamo in un mondo di comunicazione: una cosa esiste solo se a parlarne è la tv in primi, i giornali poi. Sono convinto da sempre, e non solo io, che tante ingiustizie non accadrebbero se i riflettori mediatici fossero seriamente accessi. Enzo Tortora, il grande giornalista ed anchorman, fu assolto non soltanto per la sua totale innocenza – non sarebbe bastato – ma soprattutto grazie a quei riflettori costantemente proiettati sulla sua assurda vicenda. Quel processo fu sotto gli occhi della gente, grazie alla popolarità di Tortora e a quell’intenso attivismo che fecero i radicali di allora con in testa Mauro Mellini. Oggi troppo spesso i giornalisti fanno i portavoce delle procure e il loro lavoro si conclude lì. Facile, anche troppo, sbattere il volto del mostro in prima pagina, peccato che poi non vengano riferite in maniera corretta le intere vicende giudiziarie. Questo è sbagliato. La stampa, intesa veramente come quinto potere, dovrebbe esercitare il suo ruolo con indipendenza ed autonomia ed avere il coraggio non solo di criticare i politici ma anche i magistrati ed il loro operato”.

Il gay a cui tolsero la patente,  Bruno Contrada, Antonino Speziale solo per ricordarne alcuni. Fra i tantissimi ‘casi’ importanti che Lei ha seguito nella sua lunghissima carriera, quale e’ quello che lo ha piu’ coinvolto da un punto di vista squisitamente umano?

“Bruno Contrada è un martire già passato alla storia. Ho il rammarico di averlo conosciuto solo dopo la sentenza di condanna definitiva. Unica consolazione essere riuscito ad allungargli la vita terrena riportandolo a casa ed avere contribuito a far conoscere all’opinione pubblica e ai giovani in particolare, la sua storia e la sua innocenza. Il caso, invece, che indubbiamente mi coinvolge più umanamente è quello di cui mi sto occupando ora: una bambina di sette anni a Roma viene sottratta alla madre e portata in casa famiglia, piccolo orfanotrofio o carcere per bambini, solo per una conflittualità tra i genitori. Pensate ora per un attimo ad una bimba, che dall’oggi al domani perde ogni punto di riferimento fisico e psicologico: dalla casa ai suoi giocattoli, dalla scuola alle sue compagnette, dall’abbraccio di sua madre la mattina, alla lettura delle fiabe la sera. Una piccola creatura indifesa che anche in queste ore sta soffrendo le pene dell’inferno perché rinchiusa all’interno delle quattro mura della casa famiglia. Riflettiamo che ogni istante passato in questo ‘carcerino’ lontano dalla madre è un pezzo di infanzia che la bimba perde fisicamente e soprattutto psicologicamente”.

Nella sua vita c’e’ stato spazio anche per la politica. Che idea ha di quella odierna?

“Mancano i nocchieri e la nave è in mezzo ad una tempesta. Qui ci vuole un comandante che salga a bordo e prenda il timone, ‘cazzo’!”.

E’ vero che decise di intraprendere la ‘carriera penale’ dopo aver conosciuto Enzo Tortora?

“Verissimo. Avevo 29 anni e già praticavo da oltre dieci anni nello studio di mio padre ed ero convinto di fare il civilista anche perché consideravo addirittura inutile il lavoro del penalista. Conoscendo Enzo Tortora capii cosa poteva assurdamente accadere:  che un innocente venisse ingiustamente e immeritatamente perseguito e quindi occorreva qualcuno che lavorasse in suo aiuto, l’avvocato per l’appunto. Diventai così penalista e vi assicuro che fu dura: all’inizio lo sapevo solo io”.

Domanda finale. Che farà l’avvocato Lipera da grande?

“Sono certo che continuerò a combattere l’ingiustizia e lo farò con più impegno e libertà sapendo che tra non molto lascerò questa vita terrena. Se né avrò la possibilità e me ne daranno mandato difenderò i bambini, per me gli esseri più indifesi. Poi mi farò promotore di una legge che obbligherà i giudici del dibattimento ad ascoltare con più attenzione gli avvocati quantomeno nelle cause gravi e importanti: l’avvocato deve avere la possibilità di fare l’arringa cantata, così come fa il prete per le messe solenni. Che ve ne pare?”.

Grazie Avvocato, buona giornata